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Tuesday, 16 January 2024

Davide Possanzini and De Zerbi legacy

 


We everybody know the style of play promoted by Roberto de Zerbi in his journey from Italy to Ukraine and now to Brighton in Premier League. During this years the Italian manager was supported by many young coaches is his different experiences; those coaches are now manager and they use Roberto de Zerbi vision as a base for their football.

One of them is Davide Possanzini, assistant of De Zerbi at Sassuolo and that is impressing a lot with Mantova, an Italian Serie C team which is now on top of the tournament due to his work. And in this article we are looking at the similarities between the Brighton manager and the current Mantova manager. A similarity which is showing how De Zerbi is creating a coaching tree.

Thursday, 29 June 2023

Italia Under 21: sei tutti i miei sbagli

 

Fonte foto: Figc.it

Era una spedizione partita con l'intenzione non tanto di vincere la competizione, quanto quella di far tornare l'Italia a respirare l'aria delle Olimpiadi, non certo il titolo più ambito a livello calcistico, ma comunque una bella opportunità di esperienza internazionale per un gruppo di ragazzi pronti a passare al livello successivo della propria carriera calcistica. 

Ed invece stiamo qui a commentare un'inopinata uscita anche da questo Europeo Under 21, eliminati in un girone in cui ci eravamo comportati bene nei primi 135' salvo poi sparire sotto i colpi di una mentalità tutta italiana in cui il termine gestione continua ad essere preponderante rispetto alla volontà di andarsi a prendere un obiettivo con le proprie forze. Una mentalità che, ancora una volta, ci vede uscire sconfitti in situazioni da cui una nostra nazionale ne poteva uscire in maniera diversa.

Allora proviamo ad analizzare ed a fornire spiegazioni su questa spedizione negativa sotto diversi aspetti e che, soprattutto, non credo avrà il valore che una sconfitta dovrebbe avere, ossia quello di imparare dai propri errori e proporre un cambio di mentalità che vada oltre la mera ricerca di nomi e cognomi dei colpevoli.

Wednesday, 21 June 2023

Come spiegare la retrocessione dello Spezia?

 


E' durata tre anni l'avventura dello Spezia in serie A: lo spareggio perso contro il Verona ha condannato la squadra ligure al ritorno in serie B in una stagione in cui sembrava che la salvezza potesse essere raggiunta con sufficiente agilità dalla formazione spezzina, soprattutto per come si erano messe le cose dopo il girone di andata.

Invece il girone di ritorno è culminato con un crollo di risultati unito ad una grande rimonta del Verona fino ad arrivare all'ultimo atto del Mapei Stadium. In mezzo c'è stato l'esonero di Luca Gotti in favore di Leonardo Semplici, una mossa che cercheremo di capire da cosa sia stata dettata e di come non abbia ottenuto i risultati sperati.

Friday, 20 January 2023

Cosa ci ha detto la finale di Supercoppa?


Continua la tradizione che vede la Supercoppa Italiana assegnata in Arabia Saudita nel mese di gennaio; proprio un anno fa eravamo qui a raccontare la vittoria dell'Inter sulla Juventus, ed ancora una volta raccontiamo un successo della formazione nerazzurra, questa volta ai danni del Milan, in una partita che certifica il momento più difficile della gestione Pioli post-pandemia.

Il 3-0 finale rappresenta un giusto risultato per il divario visto sul terreno di gioco in termini di interpretazione e preparazione della partita tra le due squadre, con l'Inter in grado di trovare le giuste chiavi per sfruttare le debolezze del Milan, mentre, al contrario i rossoneri non sono riusciti ad attivare con costrutto i loro punti di forza, complice una condizione fisica e mentale lontana da quella che nella scorsa stagione portò il diciannovesimo scudetto a Milanello.

Fatta questa premessa andiamo a vedere quali spunti tecnici e tattici ha offerto la partita di Riyad.

Monday, 22 August 2022

Le prospettive di Bari e Palermo


La seconda giornata di serie B ha visto come anticipo del venerdì sera uno scontro tutto meridionale tra le due formazioni promosse dal girone C della scorsa serie C: da una parte il Bari dominatore del campionato e dall'altra il Palermo, che ha ottenuto la promozione dopo una magnifica quanto inaspettata cavalcata nei playoff.

Diverse, invece, le storie che hanno accompagnato le due società dopo aver ottenuto la promozione: la squadra biancorossa ha mantenuto inalterata la guida tecnica ed i quadri societari - a cui si aggiunge la proroga al 2028 per De Laurentiis dell'obbligo di vendere una tra Bari e Napoli - mentre i siciliani sono stati oggetto di un importante cambio societario, con il City group che ha acquisito il club. Questo cambiamento societario ha portato il tecnico della promozione, Silvio Baldini, e il direttore sportivo Renzo Castagnini, a rassegnare le dimissioni, portando, quindi, sulla panchina del Palermo Eugenio Corini che, dopo Chievo e Brescia, siede su un'altra panchina di una squadra che ha reso grande da calciatore.

LO SCHIERAMENTO DELLE DUE SQUADRE

Sin dal suo approdo a Bari nella scorsa stagione, Michele Mignani ha disegnato la squadra con il 4-3-1-2 con cui si è fatto conoscere a Modena nelle stagioni precedenti, attorno a questo disegno Ciro Polito ha costruito una squadra capace di dominare lo scorso campionato e di essere zoccolo duro della squadra che si andrà a giocare questa stagione in serie cadetta. La formazione schierata in campo è la stessa vista a Parma nella partita d'esordio in campionato, con la coppia Di Cesare-Terranova al centro della difesa e Pucino e Giacomo Ricci sugli esterni, il rombo di centrocampo formato da Maiello vertice basso, Maita e Folorunsho ai lati con Botta a supporto della coppia Antenucci-Cheddira.


Dall'altra parte il Palermo, nonostante il cambio in panchina, conferma il 4-2-3-1 disegnato da Baldini nella scorsa stagione. Corini nelle ultime stagioni ha sempre schierato le sue squadre con il rombo a centrocampo, ma evidentemente il lascito di Baldini al gruppo di giocatori in organico non meritava di essere depauperato così in fretta; una scelta che si è rivelata vincente nella prima partita di campionato contro il Perugia, vinta brillantemente per 2-0. Così anche i rosanero confermano in blocco l'undici della gara d'esordio: Nedelcearu e Marconi formano la coppia centrale, Damiani e Broh il duo di centrocampo a protezione della difesa, Buttaro e Crivello terzini, davanti a loro sulle fasce operano Elia e Valente, mentre Floriano viene schierato da trequartista alle spalle di Brunori.

LA SUPERIORITA' DEL PALERMO SUL LATO DESTRO

La sfida tattica tra Mignani e Corini nasceva come interessante e tale e rimasta fino al fischio finale: la contrapposizione tra i due schieramenti creava in maniera naturale delle superiorità in alcune zone del campo. Lo schieramento del Palermo cercava la superiorità sugli esterni, il Bari la cercava in mezzo, per cui scopo delle due squadre era ottimizzare le relative superiorità numeriche e limitare le situazioni di inferiorità. Sotto questo aspetto il Palermo è stato decisamente migliore del Bari, soprattutto nel primo tempo.

Una situazione costante creata dal Palermo nella prima parte di gara aveva come uomo-chiave Jeremie Broh che, partendo dalla posizione di mediano della linea a due si apriva in fase di possesso per permettere a Buttaro di avanzare sulla destra. Come si evince facilmente da questo esempio, il movimento di Broh crea immediatamente una superiorità numerica su quel lato (Buttaro, Broh, Elia contro Folorunsho e Giacomo Ricci). La superiorità numerica in questione genera, a sua volta, superiorità posizionale, ossia costringe l'avversario a fare delle scelte che portano a scoprire un'altra zona di campo. Qui la situazione è ben riconoscibile in quanto Folorunsho resta a metà strada non sapendo se fronteggiare Broh o scalare su Buttaro; il giocatore più vicino all'ex Reggina è Maiello che, però, scalando, lascerebbe libero spazio alle sue spalle per le ricezioni di Floriano tra le linee, a questo si aggiunge la linea difensiva bloccata da Brunori e dalla posizione larghissima di Valente. Questa situazione è quella che ha permesso al Palermo di creare diversi pericoli verso la porta di Caprile, tra cui l'importante occasione sprecata da Floriano nei primi minuti di partita.

Fonte: Sofascore.

A dimostrazione che questa era la strada preferita da percorrere per la squadra siciliana ci sono le posizioni medie alla fine del primo tempo, dove si vede chiaramente la ricerca continua del sovraccarico su quel lato di campo. Si può notare chiaramente il differente scaglionamento della coppia di centrocampo, con Damiani (numero 21) più bloccato davanti alla difesa, e Broh (numero 14) aperto a destra. Anche il posizionamento di Nedelcearu (numero 18) mostra chiaramente come il centrale rumeno portasse palla allo scopo di supportare la costruzione e lo sviluppo dell'azione su quel lato di campo.


In questo esempio si possono ben notare i meccanismi sulla catena di destra del Palermo e le combinazioni che hanno permesso più volte di sfondare la linea difensiva del Bari.

LA STRATEGIA DEL BARI

Il sistema di gioco del Bari di Mignani è atto a cercare uomini nelle zone centrali del campo per attivare combinazioni di gioco rapide tra le linee e superare la linea difensiva avversaria oppure scaricare l'uomo libero sull'esterno dopo aver attirato l'avversario centralmente.

Da questo esempio si può notare come il rombo di centrocampo del Bari si muova con i propri uomini al fine di coprire il campo a diverse altezze: qui vediamo Maiello in zona di costruzione, Maita in zona sviluppo (ossia lo spazio tra prima e seconda linea avversaria), Folorunsho a metà strada tra zona sviluppo e zona rifinitura che si allarga per cercare di aprire la linea del Palermo e permettere la ricezione tra le linee ad uno tra Antenucci e Botta. Se l'avversario decide di dare priorità alla chiusura della zona centrale, allora il 90 biancorosso può farsi vedere per ricevere palla per poi puntare lo schieramento avversario palla al piede; le due punte, invece, si posizionano tra centrale difensivo e terzino avversario per cercare di muoversi in quello spazio o, come ha spesso fatto Cheddira, cercare di sfruttare la profondità alle spalle della linea stessa.

A dare poca incisività alla strategia dei biancorossi nel primo tempo è stato il poco sostegno all'azione offensiva: dopo la grande prestazione di Parma, Folorunsho è stato oggetto di particolari attenzioni da parte di Corini, per cui non appena l'ex reggino entrava in possesso di palla il raddoppio tra Buttaro ed Elia era automatico, non sempre Ricci ha fornito la sovrapposizione lasciando quindi isolato il centrocampista di origini nigeriane. Inoltre l'ottima copertura di Damiani e Broh (partita totale la sua) ha isolato anche i tre d'attacco, costringendo il Bari a ricominciare l'azione da dietro con un possesso palla sterile. Il motivo principale di questa scelta stava nel timore della squadra di Mignani di concedere spazi al contropiede del Palermo in caso di palla persa, un punto debole del Bari che andremo ad analizzare.

In questo video, invece, possiamo notare, la costruzione del Bari con Maiello che si abbassa tra i centrali, i movimenti e le rotazioni del rombo di centrocampo con Maita a destra che si apre per creare spazio e poi lo spostamento del gioco a sinistra come soluzione offerta dal Palermo per poi poter applicare la propria pressione laterale che il Bari non riesce a superare nonostante il tentativo di sovrapposizione di Ricci.





LA QUESTIONE DEL PRESSING


Per il Bari si è rivelato un grosso arcano nel primo tempo adottare la giusta strategia di pressione sul Palermo: come accennato precedentemente la coperta sembra molto corta, per cui Mignani ha dovuto aggiustare l'atteggiamento della squadra in fase di non possesso nel corso della partita.

In questo esempio si vede bene la difficoltà del Bari nel gestire un pressing molto aggressivo, con Cheddira che cerca di salire in pressione fin sul portiere ed Antenucci che copre su Damiani ma orienta anche la propria corsa sull'altro centrale difensivo, un sistema che ha funzionato in alcune circostanze costringendo Pigliacelli a lanciare lungo, ma che quando eseguito con i tempi sbagliati permetteva al Palermo di risalire facilmente il campo sfruttando il solito equivoco creato dalla posizione di Broh. In particolare possiamo notare che per seguire le scalate verso l'esterno è Floriano il giocatore che si trova libero di ricevere palla tra le linee in posizione molto favorevole.

Diversa era la situazione con le linee più corte ma senza abbassare il baricentro, qui il Bari rinuncia al pressing e lascia il Palermo impostare con addirittura Pigliacelli che si posiziona tra i centrali difensivi proprio per attirare la pressione. In queste situazioni il Bari ha mostrato di essere più a suo agio difensivamente, anche perché con le linee più compatte era più facile recuperare posizione in caso il Palermo muoveva il gioco esternamente. Ovviamente l'altro lato della medaglia stava nel fatto che con uno schieramento così diventava difficile orchestrare le ripartenze in caso di palla recuperata.

Il problema di mandare pochi uomini in attacco per mantenere un certo equilibrio in campo alla fine si è riverberato nell'assenza di soluzioni per muovere rapidamente il pallone in avanti, fino a costringere i centrocampisti a cercare di forzare i passaggi per dare velocità al possesso, una situazione che ha portato a diversi errori a centrocampo con sanguinose palle perse da cui sono nate tante situazioni di pericolo tra cui il goal con cui il Palermo ha sbloccato la partita.

COME HA RISOLTO I PROBLEMI MIGNANI


Il secondo tempo, invece, è stato praticamente un monologo del Bari: sotto di un goal l'ex allenatore del Modena ha dato istruzione alla squadra di prendersi più rischi e mandare più giocatori ad invadere la metà campo del Palermo, una mossa che alla fine ha sortito i propri effetti in quanto ha permesso al Bari di prendersi la supremazia territoriale in campo.

Sin dal fischio d'inizio della seconda frazione si è visto il cambio di approccio della formazione biancorossa, ben visibile in occasione dell'opportunità che ha portato al tiro di Maita respinto da Pigliacelli con un intervento prodigioso. In questa occasione vediamo che entrambi i terzini sono saliti e sono pronti ad accompagnare l'azione (Ricci è fuori dall'inquadratura ma sta fornendo ampiezza a sinistra), mentre Botta e Maita si muovono e ruotano le proprie posizioni in modo da scambiare "a muro" con Antenucci spalle alla porta e sfondare mediante rapide triangolazioni.

La chiave è stata sostanzialmente quella di alzare i terzini costringendo il Palermo ad aprire le linee difensive creando spazi per far accedere il pallone in zona rifinitura e/o permettere a Maita e Floronusho di buttarsi dentro palla al piede sfruttando al meglio la loro straripante forza fisica. Una volta raggiunta la zona rifinitura con maggiore facilità il Bari ha potuto mostrare al meglio la qualità del proprio calcio e costringere il Palermo a chiudersi dietro senza possibilità di ripartire.

Fonte: SofaScore

Le statistiche del secondo tempo testimoniano in maniera abbastanza netta la superiorità del Bari, con il Palermo che non è mai riuscito ad arrivare al tiro nei secondi 45 minuti. Al Bari è forse mancata la giusta qualità per trovare il colpo vincente dopo il goal del pareggio e dopo l'espulsione di Marconi che ha lasciato il Palermo in dieci nelle fasi finali della partita.

CONCLUSIONI


Bari e Palermo hanno dato vita ad uno bello spettacolo reso ancora più attraente dalle luci e dai 36000 spettatori dello stadio San Nicola. Il risultato di parità rispecchia una certa superiorità delle due squadre nei due tempi, con la squadra di Corini decisamente meglio nel primo tempo dove ha dettato il contesto tattico della partita, dominante il Bari nella ripresa con Mignani che ha meglio coperto l'ampiezza del campo prima alzando i terzini e poi usando i cambi rinunciando al rombo a centrocampo per cercare maggiore ampiezza con Cangiano e Galano schierati ali in un 4-2-4, un modulo che a Bari rievoca dolci ricordi.

Cosa resta alle due squadre è l'idea di due squadre che possono proseguire in continuità con quanto iniziato nella scorsa stagione: il Bari sicuramente continuerà con la strada tracciata finora cercando di sistemare qualcosa nella rosa per avere maggiori alternative in tutte e tre le zone di campo per potersi alzare di livello, per il Palermo la situazione è ancora bene da definire visto che quanto visto a Bari venerdì sera sembra più frutto del lavoro eccellente di Silvio Baldini dello scorso anno mentre la società sembra orientata a costruire nelle prossime settimane di mercato una squadra più in linea con le richieste di Corini, per cui resta il dubbio su come sarà questa squadra al termine del mercato. lasciando a chi vi scrive l'impressione che ci possa essere il rischio di rovinare un giocattolo che funziona molto bene così com'è.

Friday, 25 March 2022

La struttura di Mancini è ancora valida ma non è più efficiente (ed efficace)


E 4 anni e mezzo dopo quella notta di San Siro contro la Svezia, come in un famoso film degli anni '90, mi verrebbe da dire Milano-Palermo solo andata; questa volta è stata la Macedonia del Nord ad estrometterci dal Mondiale, e per la prima volta nella storia del calcio italiano non partecipiamo per la seconda volta di fila alla massima competizione per nazionali. Se volevamo una prova del fatto che il calcio a livello globale si è evoluto e l'Italia è rimasta indietro, ora abbiamo anche un risultato che mette tutti di fronte alle proprie colpe.

Fatta questa premessa che merita di essere approfondita in altre sedi, passiamo ad analizzare la partita di ieri sera al "Barbera" in cui l'Italia è andata a schiantarsi contro la difesa della squadra macedone e contro i propri limiti a livello individuale, che hanno reso poco efficace ed efficiente il sistema di gioco che Mancini ha implementato dal suo arrivo a Coverciano nel 2018.


E' STATA LA SOLITA ITALIA DI MANCINI 


Il lavoro di Mancini in questi anni è stato in continuità con l'imprinting dato dal sistema Viscidi a Coverciano, con il concetto dei 5 costruttori e dei 5 invasori che non ha mai abbandonato il modo di giocare della nazionale in questi anni. Ed anche ieri sera non è stato da meno.

Il sistema di costruzione con i 3 difensori ed i 2 centrocampisti è stato confermato anche in questa partita decisiva ed è la parte della struttura che ha funzionato meglio anche perché ha permesso di poter impostare il gioco nonostante la scelta dell'allenatore macedone di mettere Bardhi sulle tracce di Jorginho per tutta la partita. Infatti non essendo disponibile passare dal giocatore del Chelsea, il gioco è transitato dai piedi di Florenzi e di Verratti che hanno chiuso la partita con rispettivamente 66 e 93 passaggi effettuati.

Nonostante la clamorosa sconfitta, la prestazione del centrocampista del PSG è stata da grande trascinatore, dando dimostrazione di essere senza ombra di dubbio il miglior calciatore di scuola italiana oggi esistente, non è un caso che ciò sia stato reso possibile dall'aver respirato la stessa aria di grandi campioni e di aver disputato diverse partite di alto livello. Una riflessione da fare per molti giocatori italiani dovrebbe essere quella di mettersi in discussione ed andare a confrontarsi con realtà fuori dall'Italia, dove al momento le metodologie di lavoro sono oggettivamente migliori (quanto meno a livello di club). Verratti ha scelto di andare in Francia dopo aver vinto il campionato di serie B a Pescara, preferendo questa opzione rispetto a quella di rischiare di finire in un club di serie A che ne avrebbe tardato la crescita scaricandone l'onere su un altro club in cui lo avrebbe mandato in prestito, invece a Parigi Verratti è stato subito schierato titolare in campionato ed in Champions, dove circondato da tanti campioni al suo fianco è cresciuto fino al punto di diventare un centrocampista di livello mondiale. Ma purtroppo la sua prestazione sontuosa di ieri non è bastata ad aiutare gli azzurri a portare a casa la vittoria ma questo inciso per quel che mi riguarda è giusto da sottolineare.

Come si evince dalle posizioni medie, invece, possiamo vedere come la struttura della squadra di Mancini sia stata quella che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, con il 3+2 in costruzione (con Verratti che gradualmente ha avanzato la propria posizione conducendo palla) ed i cinque canali verticali occupati in maniera asimmetrica da Emerson che da terzino sale a fornire ampiezza a sinistra, Berardi che da posizione di esterno offensivo favorisce l'ampiezza a destra, Insigne e Barella nei mezzi spazi ed Immobile nel corridoio centrale. Nel corso della partita la pendenza dello schieramento si è spostata verso sinistra dove l'Italia cercava di sviluppare gioco con Verratti, Emerson ed Insigne che cercavano di associarsi per poi cercare di servire Immobile o ribaltare il gioco per Berardi sul lato debole. Insomma sulla carta l'Italia ha cercato di fare quello che ha imparato a fare in questi anni di gestione Mancini ma alla fine qualcosa è mancato. Cosa? Proviamo a capirlo proseguendo nell'analisi.


TANTI TIRI, POCHI EXPECTED GOALS


Ed ora è il momento di capire cosa è andato storto: i numeri sono più freddi delle nostre emozioni nel vedere la partita, ma anch'essi possono sviarci se non li ordiniamo nel modo giusto. Un atteggiamento assolutorio nei confronti della squadra ci porterebbe a dire che, beh, l'Italia è andata al tiro 32 volte nel corso della partita, quindi producendo un'enorme mole di gioco; un atteggiamento critico direbbe che l'Italia ha prodotto poco più di 2 xG su quei 32 tiri, che quindi facendo due conti sulla carta del salumiere significherebbe uno scarso 6% di probabilità di trovare il goal in media per ogni tiro, quindi conclusioni di poca qualità, quindi abbiamo giocato male.

Quale delle due posizioni è la più corretta? Numeri alla mano sono corrette entrambe, ma è per questo che i numeri vanno approfonditi e vanno soprattutto confrontati con quanto visto sul campo. Non volendo invitarvi all'atroce esercizio di rivedervi per intero la partita e gli highlights, guardiamo la mappa delle conclusioni effettuate, e guardando la grandezza dei puntini che misurano la pericolosità di ciascuna conclusione, vediamo che sono 4 ad essere più pericolose delle altre e sono l'occasione di Berardi nel primo tempo a porta vuota, le conclusioni ravvicinate di Immobile nel primo tempo e di Berardi nel secondo ribattute in calcio d'angolo dai difensori macedoni, mentre la più importante di tutto forse ce la siamo persi perché già presi dagli improperi per il goal subito da Trajkovski, ossia il colpo di testa di Joao Pedro da dentro l'area piccola (unica conclusione effettuata in quella zona di campo nel corso della partita) terminato fuori, dopo il quale è giunto il fischio finale dell'arbitro Turpin. Insomma il tanto volume di gioco è sembrata la tipica montagna che partorisce il topolino, eppure quel topolino in altre circostanze sarebbe stato sufficiente a portare la vittoria a casa, ma così non è stato.

Le soluzioni per arrivare al tiro le abbiamo cercate ma gli errori commessi e la confusione ha fatto da padrona ogniqualvolta il gioco si spostava negli ultimi 25 metri di campo.

Gli spazi concessi centralmente dalla Macedonia sono stati pochi, per questo motivo l'Italia ha scelto di battezzare un lato per sviluppare l'azione per poi cercare da lì la soluzione giusta per superare quel blocco. Una soluzione poteva essere la rifinitura tramite cross/traversoni/cut-back. Per quanto la palla laterale sulla carta non sia la soluzione più pericolosa per rifinire il gioco, una corretta occupazione dell'area di rigore alzerebbe le possibilità di generare pericoli da queste situazioni, ma come si vede nell'esempio, l'area è occupata sì da 4 uomini ma disposti in maniera piatta, senza sfruttare lo spazio creato dallo schiacciamento della linea difensiva avversaria (vedi area evidenziata).

Anche i palloni alle spalle della linea difensiva potevano essere una soluzione per creare pericoli, magari usando la costruzione per attrarre la squadra macedone qualche metro più in avanti per poi attaccarla con un lancio lungo, come quello di Florenzi in questo esempio a favore di Immobile, ma l'attaccante della Lazio raramente ha mostrato di saper trovare i tempi giusti per lo smarcamento finendo spesso e volentieri ad essere fagocitato dai due centrali difensivi, ed a nulla sono serviti i suoi movimenti ad allargarsi per ricevere palloni giocabili, anzi finiva per aggravare la situazione in quanto sovraccaricava eccessivamente il lato sinistro dell'attacco svuotando totalmente l'area di rigore.

Nel secondo tempo qualche difficoltà in più alla difesa macedone l'ha creata il diverso posizionamento di Berardi che cercava di occupare l'area di rigore con maggiore frequenza anziché restare defilato sulla fascia, lasciando a Barella o a Florenzi l'onere di occuparsi di quel corridoio. Questo esempio mostra chiaramente in quale situazione si trovino i due centrali difensivi Velkovski e Musilu che rischiano di essere infilati da una combinazione tra il giocatore del Sassuolo e quello della Lazio. Questa situazione è quella che porterà alla conclusione alta di Berardi al 58' effettuata da posizione favorevole ma con il piede meno educato, ossia il destro.

Situazione fotocopia come meccanismo è quella di 4 minuti dopo con ancora il taglio del giocatore del Sassuolo alle spalle della linea servito da Verratti, ma Alioski con una giocata da grande terzino segue il movimento e va a chiudere sulla conclusione a botta sicura. Questa e la situazione precedente sono state le circostanze che avrebbero permesso all'Italia di concretizzare il proprio predominio territoriale, la chiave stava nel riuscire a giocare alle spalle della linea difensiva e, nonostante ci siano state diverse situazioni potenziali in cui farlo nel corso della partita, spesso e volentieri i giocatori azzurri hanno ritardato la giocata decisiva per trovare la via della rete.

ANCHE LA PRESTAZIONE IN NON POSSESSO E' STATA VALIDA


Un altro aspetto molto importante e riconoscibile di questo quadriennio manciniano è la fase di non possesso, che ha implementato il principio del recupero immediato del pallone in zone alte del campo ed usare lo schieramento 3+2 in costruzione come rete per assorbire preventivamente i tentativi di contropiede avversario. 

Il gioco della Macedonia, infatti, è stato soffocato dalla compattezza dello schieramento azzurro, abile a scivolare sugli esterni e togliere le connessioni tra i terzini e Bardhi, ossia l'asse su cui la formazione macedone ha sempre costruito il proprio gioco negli ultimi anni. Rivedendo le prestazioni della squadra tra l'ultimo Europeo e le partite successive, una costante era quello di muovere il gioco verso Alioski a sinistra per poi connettersi con Bardhi ed Elmas; il giocatore del Napoli era assente per squalifica, per cui spettava al numero 10 macedone l'onere di creare qualcosa in fase offensiva, ma essendo stato sacrificato in marcatura su Jorginho si è visto poco con la palla ed in più l'Italia ha sempre fatto in modo di tenere Alioski isolato, costringendo gli avversari a rinunciare a giocare e affidarsi ai lanci lunghi del portiere Dimitrievski. 

Anche l'aggressività nell'andare a recuperare il pallone in alto per schiacciare gli avversari nella propria trequarti è stato un elemento ben eseguito dalla nazionale, certo qualcuno potrebbe obiettare il fatto che fosse il minimo sindacale quello di schiacciare la Macedonia del Nord al limite della propria area di rigore, ma nel calcio di oggi bisogna saperlo fare e ben preparare, e questo l'Italia di Mancini ha saputo farlo anche in una serata tremenda come quella di ieri.

A dimostrazione che la squadra macedone ha tentato inizialmente di giocare a pallone lo vediamo dal loro schieramento in fase di costruzione, con Ademi che si abbassa tra i due centrali per impostare mentre i due terzini si alzano per associarsi con le punte ed i centrocampisti avanzati. Per evitare che i terzini venissero raggiunti, Berardi ed Insigne si posizionavano in modo tale da poter scalare su di essi nel momento in cui il pallone viaggiava verso di essi.

Non appena il terzino raccoglieva il pallone, la squadra di Milevski provava a sovraccaricare il lato palla per avanzare mediante triangolazioni, tuttavia l'esecuzione non è stata un granché (con Elmas probabilmente sarebbe stata un'altra storia) favorendo quindi le uscite aggressive di Mancini e Bastoni a recuperare il pallone. Questo significa che con la sua aggressività senza palla l'Italia ha costretto la Macedonia ad affrettare le giocate togliendo quindi loro la possibilità di esprimere il loro piano con la palla tra i piedi.

LA DIFFERENZA L'HA FATTA LA FORTUNA O LA FREDDEZZA? 

Insomma, alla fine tante chiacchere, tanta discussione sullo schieramento in campo, sulla strategia tattica ma siamo qui a commentare una partita che l'Italia ha perso contro la Macedonia del Nord dopo aver creato tatticamente le condizioni per vincerla in ciabatte, per cui è solo sfortuna o c'è dell'altro?

L'immagine che gira sui social in queste ore è questa qui: Berardi che spreca un goal a porta vuota un pallone recuperato da egli stesso sulla costruzione macedone. Questo momento probabilmente rappresenterà il turning point della partita e del destino di questa nazionale, ma sono state tante le situazioni come questa nel corso della partita, seppur meno evidenti e clamorose. Il punto in comune tra questa e tutte le altre situazioni testé menzionate stanno nell'eccessiva indecisione al momento di eseguire la giocata: ancora una volta il calcio mostra di essere una disciplina in cui non conta un singolo aspetto. 

A livello tattico e strategico l'Italia ha fatto le cose giuste, ma non le ha fatte a livello tecnico nel momento in cui bisognava convertire in goal la superiorità espressa; come nell'occasione di Berardi troppe volte gli azzurri hanno sbagliato uno smarcamento (sì Immobile, parlo proprio di te) o hanno esitato troppo nell'eseguire una giocata permettendo al difensore avversario di turno di chiuderla; per cui qui è subentrato un limite mentale individuale, il calcio di oggi richiede maggiore rapidità di esecuzione, la giocata deve venir fuori in maniera automatica senza pensare un secondo in più per elaborarla, e questo aspetto ho il timore che in Italia venga poco allenato.

A conferma di ciò il goal della Macedonia ha trovato origine proprio nella sua estemporaneità: Trajkovski appena ha avuto quel pallone a disposizione che scendeva proprio in direzione del suo destro non ci ha pensato su due volte a tirare, ed il fato (vogliamo dire così?) lo ha premiato cogliendo di sorpresa Donnarumma. L'Italia, invece, non ha mai sorpreso i propri avversari, e non ci sono 32 tiri e 2 xG che tengano.

Thursday, 13 January 2022

Cosa ci dice la Supercoppa di Inter e Juventus


Un modo, a mio parere, per cercare di capire il lavoro di un allenatore sulla panchina di una squadra è quello di studiarne l'evoluzione nel corso della stagione ed il modo più semplice per verificarlo è quello di vedere due squadre all'opera una contro l'altra per una seconda volta nella stessa stagione.

Per questo motivo ho provato ad analizzare le differenze tra l'Inter-Juve disputato il 24 ottobre in campionato e quello disputato il 12 gennaio per la finale di Supercoppa italiana. Si può senz'altro affermare che nei 90' entrambe le partite sono terminate 1-1 e sono state molto diverse e che tra una partita e l'altra si sono viste squadre migliorate rispetto a quel 24 ottobre.

Ma allo stesso tempo ha mostrato come questo miglioramento abbia dato una forte identità all'Inter di Simone Inzaghi che ben si sposa con la rosa a disposizione del tecnico ex Lazio, dall'altra parte si vede una squadra che cerca di essere più aggressiva ma con giocatori che spesso faticano ad applicare le idee di Allegri. 

COSTRUZIONE VS PRIMA PRESSIONE

Uno degli elementi di forza dell'Inter è senza dubbio la capacità di trovare diverse soluzioni per far partire l'azione da dietro: già l'anno scorso con Antonio Conte erano ben riconoscibili i meccanismi che facevano riferimento alla catena di destra, con Lukaku utilizzato come appoggio per far progredire l'azione sul lato destro con i movimenti complementari di Hakimi e Barella. 

Quest'anno, in assenza di Lukaku i meccanismi sono cambiati: non esiste più una routine meccanica tipica del gioco di Conte, bensì Inzaghi ha deciso di lavorare sulle rotazioni tra gli uomini allo scopo di avere delle posizioni sempre occupate e soprattutto muovere lo schieramento difensivo avversario per disordinarlo ed acquisire la superiorità posizionale ormai sulla bocca di tutti.

Nella gara di campionato obiettivo della Juventus in fase di prima pressione era quello di tagliare fuori dalla fase di costruzione Marcelo Brozovic: in quell'occasione era Kulusevski il giocatore designato a seguire le tracce del giocatore croato. Inoltre Brozovic con il suo posizionamento mette spesso e volentieri in difficoltà le linee di pressione schierate in copertura anziché a uomo in quanto la sua continua ricerca della posizione migliore per ricevere e giocare la palla crea sempre situazioni di difficile interpretazione per l'avversario. Con questa scelta Allegri aveva deciso di spendere un uomo per tagliare fuori il giocatore croato ed allo stesso tempo mantenere delle linee in grado di proteggere lo spazio alle spalle.

L'obiettivo specifico fu centrato, leggendo le statistiche sul coinvolgimento di Brozovic in tutte le partite di campionato di quest'anno, solo nella partita contro la Sampdoria il numero 77 nerazzurro ha effettuato meno passaggi. Il calcolo dei passaggi non è stato fatto sulla base dei passaggi totali in quanto influenzati dai minuti giocati nelle singole partite, per questo ho definito un indice per il coinvolgimento suddividendo i passaggi effettuati per i minuti giocati, nel tentativo di ponderare per quanto possibile il volume del dato.

La Juventus, invece, avendo a disposizione Danilo costruiva con un 3+1 in cui Locatelli faceva da vertice alto del rombo di costruzione, l'obiettivo della formazione di Allegri era quello di usare la conduzione dei braccetti per poi cercare di verticalizzare per le mezzali. Simone Inzaghi rispondeva invece con una mossa simile a quella di Allegri, ossia limitare Locatelli lasciando che una delle due punte (in questo caso Lautaro) si occupasse di lui a uomo, applicando quindi lo stesso trattamento applicato dall'altra parte a Brozovic. Per ovviare, invece, alla verticalizzazione verso la mezzala spettava all'omologo di parte (in questo esempio Barella) andare a pressare Chiellini costringendolo ad andare verso l'esterno.

Passando alla partita di Supercoppa la strategia di Allegri in fase di prima pressione sulla costruzione dell'Inter è stata diversa ma mantenendo inalterata la mossa di tenere Kulusevski sulle tracce di Brozovic, con la differenza che questa volta per controbattere i movimenti degli altri giocatori nerazzurri, ognuno di essi era seguito ad uomo da un giocatore della Juventus. Una strategia che ha permesso alla Juventus di mettere seriamente in difficoltà la formazione campione d'Italia, apparsa inizialmente disposta nella stessa maniera rigida della partita di campionato.

Con il passare dei minuti e, forse, dopo che lo staff di Inzaghi ha ben capito il sistema di pressione della Juventus, sono iniziate le rotazioni posizionali che stanno contraddistinguendo la formazione nerazzurra da novembre a questa parte. Qui vediamo uno dei tanti esempi di come l'Inter ha iniziato a manipolare la prima pressione avversaria: i due braccetti si allargano lasciando Brozovic e De Vrij al centro, mentre Calhanoglu e Barella creano una seconda linea di costruzione che attira Locatelli e Rabiot lasciando uno spazio alle spalle che poteva essere attaccato in quanto la linea difensiva non andava ad accorciare. Per giocare la palla in quello spazio l'Inter ha usato molto spesso i piedi di Handanovic, unico giocatore lasciato giocoforza libero dalle pressioni a uomo della squadra di Allegri.

Rispetto alla partita di campionato, invece, la Juventus non ha avuto a disposizione Danilo e, come accade da diverse settimane, la costruzione avviene con Locatelli tra i centrali difensivi ed i due terzini in ampiezza. Nella prima parte di partita la formazione bianconera ha mostrato anche coraggio nel tenere sia De Sciglio che Alex Sandro molto alti per impegnare Dumfries e Perisic. I movimenti di Morata e Kulusevski tra le linee, inoltre, sono stati molto interessanti perché hanno spesso tenuto impegnati De Vrij e Bastoni, creando spazi che potevano essere utilizzati da Bernardeschi e McKennie.

LO SVILUPPO DEL GIOCO

Una volta che il pallone raggiunge zone più alte del campo (per chi ne è in possesso) è importante capire come le due squadre si schierano per capire come chi è in possesso cerchi di far avanzare il gioco e l'avversario ad impedirlo. Per l'Inter è molto importante raggiungere la zona di rifinitura per poter trovare la via della rete, per la Juventus, invece, è molto importante cercare la verticalizzazione ed infilare l'avversario in velocità. 

Nella partita di campionato si vede chiaramente da questo esempio come la Juventus cercasse di negare spazi all'Inter proprio nella zona di rifinitura, ossia quella zona tra centrocampo e difesa: il 5-3-2 in fase di non possesso della formazione bianconera aveva lo scopo di chiudere il centro del campo (più Kulusevski sempre a uomo su Brozovic). L'Inter provava ad aprire questo blocco con il posizionamento dei due esterni molto larghi (entrambi pestano praticamente la linea) mentre Calhanoglu si abbassava cercando di attirare il giocatore juventino deputato a quella zona (in questo caso McKennie), il tutto con posizioni in campo molto rigide, se si eccettua la posizione di Dzeko tra le linee. In particolare emerge il fatto che con il rombo di costruzione l'Inter aveva doppia superiorità numerica in costruzione (4 vs.2 o 3 vs. 1 se escludiamo l'annullamento reciproco tra Brozovic e Kulusevski), questo significa avere due giocatori in meno in altre zone del campo e quindi minori chance di superiorità posizionale nelle zone più avanzate del campo.

La strategia della Juve, come indicato in premessa, si basa sulla ricerca della verticalità: Allegri pone molto l'accento sull'opporsi all'idea di muovere il pallone in maniera paziente per cercare, invece, la giocata rapida che porti un giocatore mediante una triangolazione o la vittoria di un duello individuale ad arrivare in porta. Da questo esempio si vede una routine tipica della strategia di gioco dell'allenatore toscano: Morata viene incontro, mentre Kulusevski e McKennie attaccano la linea difensiva, tuttavia le linee corte dell'Inter ed il mantenimento della posizione da parte della linea difensiva, rendevano poco pratica questa soluzione.

In entrambi i casi sono risultati evidenti le difficoltà a riempire la metà campo avversaria, mostrando come entrambi gli allenatori erano attenti a non utilizzare molti "invasori" in modo da non lasciare spazio alle transizioni avversarie, la partita infatti ha visto solo 2 contropiedi effettuati per parte. Questa è stata una situazione che ha portato ad un tipo di partita in cui la prima che avesse trovato in qualche modo il goal avrebbe avuto vinta la sfida, per questo motivo questa situazione di stallo ha favorito per buona parte del match la formazione nerazzurra che era riuscita a trovare la via del goal sugli sviluppi di una prodezza individuale di Calhanoglu viziata da una deviazione di Locatelli.

Nella partita di ieri sera abbiamo visto due squadre cercare di muovere più uomini ad invadere la metà campo avversaria con modalità diverse tra di loro e la cui esecuzione è quella che ha dato il contesto tattico alla partita ed anche farci affermare che, per quanto il risultato finale sia maturato (usando un termine cestistico) sulla sirena vada comunque considerato come estremamente in linea con quanto visto sul campo.

Come si evince da questo esempio vediamo come l'Inter abbia portato un maggior numero di uomini in attacco rispetto alla partita di campionato e, soprattutto, come si disponga in modo da sovraccaricare la zona palla: questo è reso possibile principalmente grazie alla principale innovazione tattica portata da Inzaghi in questi mesi, ossia quella di alzare Bastoni una volta terminata la fase di costruzione, questo ha permesso all'Inter non solo di creare quasi sempre dal quel lato di campo, ma anche di organizzare la riaggressione nel momento in cui la difesa della Juve riusciva a stoppare l'ingresso in area della formazione nerazzurra. 

E' sufficiente osservare la differenza delle heatmap di Bastoni tra gara di campionato e quella di ieri in Supercoppa per capire quanto sia cambiata la formazione nerazzurra nel lasso di poche settimane. E' una scelta che ha permesso all'Inter di ribaltare il suo paradigma di sviluppo dell'azione che è passata dalla catena di destra creata da Antonio Conte ad un sovraccarico della zona sinistra del campo con Simone Inzaghi. Alla fine il goal della vittoria, per quanto frutto di una topica individuale di Alex Sandro, resta un ulteriore esempio di azione creata sul lato sinistro dell'attacco, anche al 120' di una partita molto dura dal punto di vista agonistico.

Nulla di nuovo si è visto, invece, nello sviluppo offensivo della Juventus, con una continua ricerca della giocata in verticale verso Morata che viene incontro e cerca di attivare triangolazioni con le mezzali e con i terzini e favorire gli inserimenti di McKennie o gli uno contro uno di Kulusevski (che ha vinto 5 dei 7 duelli offensivi ieri sera, tra cui quello che ha propiziato l'azione del goal di McKennie). Rispetto alla gara di campionato abbiamo visto una Juventus cercare di portare avanti la stessa strategia voluta da Allegri sin da inizio stagione, ma questa volta la buona notizia è che con una costruzione a tre, sono aumentati gli uomini mandati a dar fastidio alla fase difensiva dell'Inter e, quanto meno per la prima mezzora, ha anche funzionato.

Dal dato relativo ai passaggi progressivi delle due partite di campionato e Supercoppa emerge chiaramente la tendenza della squadra bianconera a cercare in verticale Morata (o i giocatori che entrano in campo al suo posto in corso d'opera) per portare rapidamente il gioco nella metà campo avversaria. La Juve di Allegri quindi rifiuta di consolidare il possesso e passare dal centrocampo per far progredire l'azione. Questa continua ricerca di giocate parecchio forzate alza il livello di difficoltà di esecuzione della giocata (un ossessione del vocabolario del tecnico livornese nel corso della sua precedente gestione e che adesso sembra essere sparito nelle sue conferenze stampa, ve ne siete accorti?) e, come anche si vede dall'esempio sopra, allunga parecchio la squadra, costretta poi a fare faticosissime corse all'indietro quando la triangolazione o l'uno contro uno non va a segno.

Questo non è un aspetto di poco conto, visto che progressivamente la Juventus, dopo una mezzora di ottimo livello ha fatto fatica proprio a livello fisico a reggere sia l'intensità dell'Inter sia la necessità di continui sprint in verticale dei propri centrocampisti ed attaccanti per sostenere questa proposta di gioco.

CONCLUSIONI

A distanza di tre mesi dalla sfida di campionato, Inter e Juventus hanno mostrato nella partita di Supercoppa di avere delle identità molto precise e più o meno evolute come esecuzione, proprio quest'ultimo aspetto è quello che sta generando il divario in campionato tra le due squadre riflesso anche dal dato degli xG che hanno visto la formazione nerazzurra generare 3,25 xG contro i 0,86 della squadra bianconera, senza contare il dato del possesso palla e del predominio territoriale marcatamente a vantaggio della squadra di Inzaghi.

A differenza della partita di campionato l'andamento della partita è stato diverso, con un Inter inizialmente in difficoltà per poi fiorire dopo la mezzora di gara, andamento opposto alla gara di campionato dove i nerazzurri si sono progressivamente ritratti nel corso della partita.

Fatta questa premessa è evidente che Inzaghi ed Allegri hanno (o avevano?) in comune l'idea che sia il giocatore a dettare il contesto tattico della squadra, e per questo il tecnico piacentino ha mostrato di aver saputo dare una struttura alla squadra che si è evoluta in quanto in grado di esaltare le qualità degli interpreti, decisamente diversi da quello dello scorso anno. La partita di ieri, invece, ha mostrato come il tecnico livornese stia continuando a seguire una precisa strategia di gioco che, nonostante i miglioramenti descritti in relazione all'aggressività della squadra in fase di non possesso, continua a mostrarsi poco efficiente in fase di possesso.

Le motivazioni sono due e la prima l''ho descritta sopra: questo tipo di gioco allunga la squadra e costringe i giocatori a lunghe corse senza palla che poi vanno a penalizzare la lucidità quando tornano in possesso del pallone; la seconda, e questo mi sorprende visto il pensiero calcistico di Allegri, è che si sta forzando la squadra ad esperire una tipologia di gioco che non mette a proprio agio i calciatori a disposizione. Gente come Arthur, Locatelli, Dybala, Morata e Kulusevski meritano un contesto di gioco maggiormente associativo e non un sistema di rapide verticalizzazioni e di giocate di prima in velocità che non fanno emergere al 100% il loro talento. 

Ecco, sarebbe bello se in una di queste conferenze stampa in cui Allegri ama fare monologhi vuoti spalleggiato da giornalisti compiacenti, qualcuno sia in grado di alzare la mano e chiedergli se questo modo di giocare della squadra sia in linea con le qualità dei suoi calciatori, giusto per sapere quale sarebbe la sua risposta.

Wednesday, 15 January 2020

Giochisti, risultatisti, contropiede, monocultura tecnologia ed altre creature fantastiche

La diatriba sul contropiede scatenata dallo scambio Conte-Capello ha aperto un vaso di Pandora sul rapporto tra vecchie e nuove generazioni calcistiche che va oltre la semplice definizione di contropiede e ripartenza. Si tratta, ahimè, di un discorso estendibile anche a tematiche extra-sportive, ossia la forte contrapposizione tra idee nuove ed idee moderne; le generazioni cresciute fino all'inizio degli anni 90 hanno vissuto un modello di vita molto diverso da quello attuale e faticano a trattenere il disagio nei modelli di vita del XXI Secolo. I gap generazionali sono sempre esistiti, tuttavia in passato il conflitto era risolto con le nuove generazioni che prendevano possesso progressivamente delle stanze dei bottoni e le vecchie generazioni che altrettanto progressivamente si mettevano da parte previo accesso al sistema pensionistico.

Il meccanismo si è bloccato in questo secolo: le generazioni che avrebbero dovuto cedere il passo ai millennials si trovano ad occupare tutti i posti di massima visibilità sia a livello politico (lo stesso Salvini ha costruito il proprio modello politico utilizzando come base politica le classi di età più avanzate) che a livello giornalistico (avete memoria di salotti televisivi con giornalisti nati dal 1980 in poi?); in particolare, la stampa sportiva cartacea sta vedendo erodersi progressivamente le proprie quote di mercato imputando ciò all'incedere del digitale, ma in realtà la causa risiede nei contenuti, con i giornali in mano ad una vecchia generazione di giornalisti non più in grado di leggere gli accadimenti dei nostri giorni e che continuano a misurare e commentare gli eventi con gli stessi occhi con cui li raccontavano 20/30 anni fa (dove, ad onor del vero, lo facevano in maniera eccellente).

A tale scopo ho voluto prendere come riferimento degli articoli pubblicati nelle ultime due settimane dalle due principali testate giornalistiche sportive nazionali, che ci raccontano quanto teorizzato sopra, ossia interviste ed analisi infarinate di un continuo e stucchevole rimando al passato, l'idolatria verso l'approccio al calcio all'italiana basato su difesa e contropiede per il quale siamo stati conosciuti per decenni a livello europeo e che questa vecchia classe giornalistica vorrebbe restaurare in nome di un calcio e di un mondo che non esiste più ma che è l'unico mondo che, forse, riescono a comprendere.

IL DOPPIO ARTICOLO DEL CORRIERE DELLO SPORT (8 GENNAIO 2020)


Una intervista di Ivan Zazzaroni con Gianni Mura ed un editoriale di Alberto Polverosi mettono a nudo l'età anagrafica avanzata dei protagonisti, due articoli che esaltano il calcio degli anni passati e considerano come oggetto del diavolo l'evoluzione tecnologica che accompagna le nostre vite e, conseguentemente, anche lo sport più seguito del mondo; un dialogo, quello tra Zazzaroni e Mura, che trasuda tutta l'inadeguatezza degli interlocutori a vivere il mondo in cui si trovano oggi e che somiglia tantissimo ad un dialogo tra due pensionati in un parco, con la differenza che questi ultimi sono consapevoli del fatto che hanno vissuto le loro vite e se le raccontano con un misto di nostalgia e ammirazione, accettando il fatto di lasciare spazio alle generazioni future ed al progresso del mondo, qui invece i protagonisti sono persone che occupano gli spazi più in vista delle principali testate giornalistiche italiane, ben lungi dunque dall'idea di cedere al passo alle giovani generazioni meglio in grado di leggere gli accadimenti di questo secolo.

Prima affermazione di Gianni Mura: "Eppure il contropiede è cinquant'anni di calcio della nostra Nazionale. Ci abbiamo vinto un Mondiale. Non il penultimo, l'ultimo"


Davvero crede che abbiamo vinto quel Mondiale con difesa e contropiede? Nella partita contro la Germania abbiamo giocato colpo su colpo, attaccava l'Italia così come attaccava la Germania, la mentalità di entrambe le squadre era chiaramente offensiva, l'Italia si è presentata al supplementare con un 4-2-4 con Iaquinta-Totti-Gilardino-Del Piero in attacco più Pirlo a centrocampo, il fatto di aver chiuso il Mondiale con 2 soli goal subiti (un autogol di Zaccardo ed un rigore in finale) non implica necessariamente aver giocato un calcio difensivo e di contropiede, cosa ben diversa dall'essere chiusi nella metà campo quando l'avversario preme (vedi secondo tempo contro l'Ucraina e buona parte della finale contro la Francia), inoltre permettetemi di farvi riscontrare che le partite più iconiche a livello internazionale delle squadra azzurra sono un 4-3 (la partita del secolo contro la Germania a Messico 1970) ed un 3-2 contro il Brasile ai Mondiali di Spagna, quindi non proprio delle partite da 1-0 e tutti chiusi dietro.

Seconda affermazione di Gianni Mura: "Sarebbe giunto il momento di ribellarsi alla logica industriale della monocultura tecnologica per tornare alla sapienza del calcio"


Tecnologia e sapienza non sono due elementi contrapposti tra di loro, questa affermazione tradisce il punto alla base di tutto, ossia che esiste una generazione che ha lavorato in passato con poca tecnologia e pochi mezzi a disposizione, mostrando da un lato di sapersi arrangiare ma allo stesso tempo ha sfruttato questa mancanza di mezzi per portare il racconto calcistico e sportivo su un piano letterario che tuttora apprezziamo ma che, nel calcio di oggi, toglie la complessità data da nuove situazioni che stanno cambiando il calcio. La tecnologia oggi è al servizio della sapienza, oggi è sapiente chi sa usare i tanti dati che la tecnologia ci permette di visualizzare (tutt'altro di "un milione di informazioni inutili" come afferma nell'intervista ), anzi la tecnologia rende più accessibile la sapienza del gioco anche a chi non può entrare in uno stadio con un accredito da giornalista e permette a chi vede il gioco di potersi svincolare dai giudizi dati dai pochi eletti che in passato avevano accesso alle partite. Insomma cari miei nostalgici, di sapienza del calcio non esiste più solo quella del racconto, ma esiste anche quella dell'analisi e dell'osservazione più dettagliata del gioco, cosa resa possibile dal fatto che tutte le partite sono accessibili per tutti ed il filtro del giornalista che racconta è solo un contorno di cui l'osservatore può tranquillamente decidere di farne a meno o può usare per avere un confronto.

L'articolo di Polverosi "Vecchio è ancora bello"


Quanto dicevamo sopra sull'incapacità della vecchia generazione di giornalisti di capire il nostro calcio è tutto sintetizzato nell'articolo in oggetto. Una lista clamorosa di sciocchezze sul calcio all'italiana, sul contropiede e sulla tradizione dei nostri tecnici.

Il tutto parte, come indicato in premessa, dalla lite Capello-Conte sul tema contropiede-ripartenze, come Capello anche Polverosi si ostina a definire l'Inter di Conte come una squadra contropiedista, che sta dietro e riparte, eppure è abbastanza evidente dall'azione del secondo goal di Lukaku contro il Napoli e la sua corsa di 60 metri celebrata come ode al contropiede che di tutto si tratta tranne che di contropiede ma sviluppo di un azione costruita dal basso, per cui è ovvio che Conte possa essersi risentito nel vedere ridotto questo tipo di lavoro a mero contropiede.



Nel suo stesso editoriale pensa bene di affermare che rifiutare di ammettere di giocare in contropiede significhi ripudiare la scuola italiana dei Pozzo, Valcareggi, Bearzot, Trap etc.. Il punto è completamente sbagliato perché nessuno vuole delegittimare la scuola dell' ancient regime del nostro calcio, ma era un idea di calcio sostenibile in quegli anni, dove le posizioni in campo erano molto più rigide rendendo, dunque, molto più rispondente un sistema di marcature a uomo dove il contesto delle partite era determinato dagli 1 contro 1 individuali anziché particolari sovrastrutture tattiche; negli ultimi anni la struttura fisica ed atletica dei calciatori (guardate le differenze fisiche tra i calciatori degli anni 70 e 80 con quelli a noi contemporanei) ha posto nuove esigenze nel modo di giocare le partite, per questo motivo un calcio con marcature a uomo e tutti in difesa e palla in avanti non è più sostenibile in quanto richiederebbe un dispendio fisico maggiore, infatti le squadre che oggi sono paradigma di un concetto simile a quello della vecchia scuola italiana (il Leicester di Ranieri nel 2016, l'Atletico Madrid di Simeone, l'attuale Parma di D'Aversa) lo fanno basandosi sul concetto di controllo degli spazi e non certo sui sistemi rigidi ad uomo.

Capolavoro finale dell'editoriale di Polverosi è quello di definire contropiede niente di meno che il calcio di Jurgen Klopp, un calcio costruito proprio con un concetto opposto, ossia stare più tempo possibile lontano dalla propria metà campo; tra l'altro Polverosi utilizza anche correttamente il termine verticalizzazione per definire il calcio di Klopp, eppure riesce a confonderlo con contropiede e/o ripartenza, tanto che afferma letteralmente in coda al suo editoriale: "Chi punta al contropiede offre le stesse emozioni di chi sceglie il possesso palla". Dunque secondo Polverosi esistono due sole categorie di gioco del calcio: chi fa possesso palla solo per il gusto di tenere palla, tutto il resto è contropiede; la limitatezza di una visione del calcio così manichea non rende giustizia al lavoro dei tecnici contemporanei, i cui principi sono molto più sfumati rispetto a quanto stabilito da Polverosi e dai seguaci di questo approccio passatista del calcio. Il calcio di Sarri e Guardiola, per loro stessa spiegazione (concetto rimarcato dal tecnico della Juventus nel post-partita di Roma-Juventus ai microfoni di Sky) usa il possesso palla non come strumento fine a se stesso ma come strategia per disordinare l'avversario e trovare giocatori liberi in posizioni di campo più pericolose (lo stesso Sarri domenica sera si è lamentato della sua squadra quando ha fatto possesso con il solo scopo di gestire la palla senza il proposito di avanzarla in zone più pericolose), stesso identico presupposto che guida il gioco di Klopp che usa invece come arma per stazionare nella metà campo avversaria il pressing sulla seconda palla dopo una palla mandata in avanti saltando i centrocampisti centrali.

I FOCUS TECNICI DELLA GAZZETTA DELLO SPORT (11 E 15 GENNAIO 2020)


"PRIMO NON PRENDERLE" DI G.B. OLIVERO (11 GENNAIO 2020)




L'articolo in oggetto pensa bene di manipolare dei numeri per arrivare ad una conclusione per la quale per vincere non bisogna prendere goal. Il concetto non fa una piega, lo definirei quasi lapalissiano, se guardiamo freddamente al numero in termini assoluti, anche in via teorica è possibile affermare senza troppi margini di smentita che se non si prende goal le possibilità di vittoria aumentano, sopratutto perché se non prendi goal l'unico scenario peggiore rispetto alla vittoria è il pareggio per 0-0 (usando il dato nudo e crudo esposto nell'articolo il 72,53% delle volte negli anni '10  la squadra che non ha preso goal ha vinto nei cinque massimi campionati).
E così dall'articolo emerge che "I numeri freddi ma estremamente chiari consentono un'analisi che coinvolge inevitabilmente giochisti e risultatisti e restituisce un po' di dignità al vecchio calcio all'italiana tanto vituperato chissà poi perché [...] La migliore difesa vince il campionato semplicemente perché difendendo bene e concedendo poco si vince il maggior numero di partite. Ma l'assioma principale è probabilmente un altro: non è vero che vincere 2-1 sia filosoficamente uguale a vincere 1-0" tutto ciò argomentato sempre da quei freddi numeri i quali affermano che chi ha segnato ha vinto solo nel 51,51% dei casi nello stesso periodo; manipolare in questa maniera i numeri è un esercizio che si commenta da solo a mio parere, soprattutto alla luce del fatto che gli unici numeri all'interno dell'analisi che possono essere oggetto di un'interpretazione sono quelli riferiti ai singoli allenatori, laddove conoscendone i concetti ed i principi di riferimento si può dare un accezione più critica a tali numeri.



Dunque, dal dato suddiviso per ciascun allenatore si evince come Guardiola abbia la percentuale di vittorie maggiore senza subire goal rispetto a tutti gli altri allenatori oggetto del confronto (91% contro il 90% di Allegri e Zidane), ma soprattutto a sbugiardare le teorie di Olivero ci viene incontro il dato relativo alle partite vinte subendo goal, dove l'attuale tecnico del City ha raccolto il 65% di vittorie staccando la concorrenza senza alcun tipo di discussione, specie proprio sui tecnici che applicano un concetto calcistico opposto al suo (Allegri 42%, Simeone poco meno del 35%) dimostrando come un approccio pro-attivo e votato al dominio del gioco produca vittorie sia per 1-0 per 2-1 senza dover necessariamente scegliere la filosofia per l'uno o per l'altro punteggio, cosa che evidentemente fanno, invece, i tecnici come Allegri e Simeone che sposano la filosofia di Olivero dimostrando loro di vedere abbassate drasticamente le chance di vittoria se subiscono una rete. Per cui mi chiedo cui prodest? questo abbarbicarsi di Olivero su teorie chiaramente prive di fondamento e basate su numeri abbastanza fumosi.

"GIOCO AL RIBASSO" DI ALEX FROSIO (15 GENNAIO 2020)


In maniera ridondante rispetto al focus pubblicato sullo stesso giornale pochi giorni prima, i giornalisti della Rosea continuano con la dicotomia giochisti-risultatisti, ed anche questa volta decidono di manipolare i numeri a proprio piacimento rinunciando (a questo punto inizio a pensare che esistano delle linee-guida dell'Ordine dei Giornalisti a riguardo) ad osservare le cose nella sua complessità.

L'articolo parte con i soliti strali verso il cosiddetto "giochismo", come se impostare una squadra ad esercitare supremazia tramite il possesso palla fosse un mero esercizio di stile e non un sistema necessario a muovere il pallone in maniera paziente per trovare lo spazio giusto ad arrivare in porta il più facilmente possibile; sostanzialmente Frosio si limita ad elencare gli allenatori fin qui esonerati classificandoli tutti come "allenatori intenzionati ad applicare uno stile ben preciso, un calcio raffinato e manovriero" riconducendo Di Francesco, Andreazzoli, Thiago Motta, Giampaolo e niente meno che Ancelotti tutti sotto la stessa categoria per poi saltare di palo in frasca affermando che "E nel frattempo si riscopre il caro vecchio calcio pragmatico" esaltando il calcio senza fronzoli (per sua interpretazione) di Ranieri, D'Aversa e Gotti (quest'ultimo addirittura esaltato per 3 vittorie consecutive senza aver mosso di una virgola i concetti del suo predecessore Tudor, esonerato dopo aver preso 11 goal in 2 partite non ostante un calcio difensivo, ma di questo Frosio se ne dimentica); insomma nessuna sfumatura, solo distinzione tra i cattivi (i giochisti) ed i buoni (i risultatisti), una forzatura talmente forte da costringere lo stesso Frosio a dei funambolismi linguistici per non auto sbugiardare la sua teoria quando c'è da riconoscere che l'allenatore che, nella sua divisione del mondo, è un giochista si trovi in testa alla classifica del campionato con il miglior dato di possesso palla e passaggi nella trequarti avversaria affermando, in barba agli stessi numeri, che la Juventus è "Ancora poco sarrista e ancora molto allegriana", a questo si aggiunge che le prime cinque posizione in classifica della serie A sono occupate da squadra allenate da allenatori che propongono non certo un calcio reattivo, un dato che, nell'articolo, è emarginato ad una chiosa finale. 

A venirmi incontro su come definire questo atteggiamento della stampa cartacea italiana è stato Daniele Manusia che, proprio oggi ha dedicato un articolo a riguardo su l'Ultimo Uomo.



Dopo questo viaggio all'interno del reazionarismo del giornalismo sportivo italiano e dopo averlo smontato pezzo per pezzo mi resta una sola critica alle nuove generazioni che operano nel calcio e che raccontano il calcio (includendo anche il sottoscritto), attenzione a non parlarci addosso ma piuttosto cerchiamo di divulgare questi nuovi concetti ad un pubblico il maggiormente ampio possibile, il calcio e la vita non sono una cosa semplice (a dispetto di ciò che pensa Allegri e/o il suo ghostwriter) ma la sua complessità va scomposta e resa fruibile a tutti, altrimenti diventa per pochi eletti (come, invece, Gianni Mura correttamente affermava nell'intervista di cui sopra, in relazione all'adanismo)

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